CONTRO UN CAPITALISMO BLOCCATO (parte2)

CONTRO LA DITTATURA DELLE BANCHE

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Le banche hanno assunto un ruolo assoluto, imprescindibile e dittatoriale nell’economia. Hanno egemonizzato le risorse, i cervelli (capaci, ma con ambizioni piccole piccole e calcolabili in dollari), ma soprattutto hanno continuato a drenare risorse finanziarie, dietro e a fronte di un ricatto pesantissimo: da loro dipendono tutte le transazioni economiche, inclusa la riscossione degli stipendi, ma principalmente sono in grado di mettere sotto scacco il re, gettando sul piatto della bilancia i fantasmi della bancarotta di stati come gli USA.

Questo squilibrio di potere viene raggiunto e agevolato da uno scambio continuo di ruoli tra gestione politica e interessi privati delle società bancarie.  Da Paul Kruman a Ben Bernanke, per continuare con Tim Adams, Henry Paulson, Jon Corzine, Phil Murphy, Robert Rubin, , Timoty Geithner con il suo capo gabinetto  Mark Patterson, Edward Liddy, Adam Sorch…..

Così Joseph Stiglitz, premio nobel per l’economia nel 2001, sintetizza il meccanismo di coalizione dell’oligarchia politica e bancaria americana: “In America c’è una porta girevole, attraverso la quale si passa direttamente da Wall Street al dipartimento del tesoro e poi si torna a Wall Street. E’ questa la mentalità”.[1]

Questo “ricatto” sta causando un enorme falò di risorse economiche mondiali, attraverso la creazione e lo scoppio di bolle finanziarie, che avvantaggia arricchimenti ridotti e personali di quei giocatori d’azzardo (borsa e mercato finanziario) più in voga in questo passaggio di millennio, tutti all’inseguimento di piccole ambizioni adrenaliniche. E’ fondamentale iniettare un antidoto. Subito.

Il mondo produttivo deve alzare la testa, imporre le ragioni dello sviluppo, rilanciare l’innovazione. Ma se il dilagante sistema bancario non viene arginato da regole e delimitazioni di campo, il mondo produttivo è e sarà il principale ricattato, essendo i mezzi finanziari la prima e fondamentale risorsa per gli imprenditori. Le banche sono oggi il tritacarne delle piccole e medie aziende, tanto che lo strapotere dell’area finanziaria sta soffocando e mortificando il settore imprenditoriale, per il quale dovrebbe costituire la fonte di disponibilità economica: la forza propulsiva.

Se il moto d’orgoglio non lo farà la classe imprenditoriale, lo farà il popolo, le masse crescenti di disoccupati. Il rischio è quello di dover passare attraverso dolorosi scontri di classe, preceduti da revival di profonda destra che cavalca il razzismo per difendere i propri miseri orticelli. Se ne sente già salire il puzzo in Europa.

Incredibile ma vero: la classe rivoluzionaria oggi potrebbe proprio essere quella capitalista. Gli imprenditori, soprattutto quelli che non sono protetti dall’ombrello statale, sono oggi i potenziali promotori della rivolta contro lo strapotere della finanza e delle banche attraverso il rilancio dell’innovazione, degli investimenti nell’economia reale, quell’ economia che produce,crea occupazione, domanda, mercato e sviluppo. E ancora più incredibile è che proprio il popolo degli “yankee” potrebbe essere il primo a insorgere, perché più duramente e personalmente colpito dalla crisi. Popoli come quelli europei, con una struttura familiare ancora non completamente “esplosa”, frammentata e assediata, riescono a tamponare la disoccupazione data dalla crisi, anche grazie ad una storia democratico-socialista che ha generato una struttura pubblica di “solidarietà sociale” (sanità, istruzione, pensione, disoccupazione) che attutisce i terremoti economici come quello attuale. I popoli delle economie emergenti o “in via di sviluppo”, oltre a vedere solo rallentato il loro tasso di crescita, hanno a disposizione classi lavoratrici ancora intimamente legate ad un territorio di emigrazione, che è in grado di assorbire e supportare un “ritorno migratorio”.

Sono proprio gli Stati Uniti che, privi della forza delle tribù, delle famiglie allargate, delle strutture delle società rurali povere, ma solidali, sperimentano la caduta verticale dallo status dato dal lavoro alla disoccupazione, dagli alti consumi alla povertà, dalla villetta alla strada, privi di qualunque “ammortizzatore”.

D’altro canto i settori portanti della parte produttiva dell’economia sembrano incapaci di rinnovare e rinnovarsi: arroccati ad un modello sociale e ad una visione della realtà vecchia e arrugginita, dimostrano di non saper guardare al futuro. Il settore dell’auto ne da la prova palese: cosa fa se non elemosinare reiterati e inefficaci incentivi pubblici, ridurre la produzione, acquistare marchi per smembrarli e ricomporli per contendersi e accaparrarsi la poca ciccia rimasta?

Marchionne è proprio sicuro di voler gestire l’agonia dell’elefante (settore auto) invece di rilanciare la grande industria verso il futuro? E’ proprio sicuro di amare il lavoro di becchino? Non preferirebbe essere l’artefice di un rilancio dell’economia che completi lo sviluppo capitalista e riporti il fare umano all’interno del ciclo vitale del pianeta, verso la chiusura del cerchio?  

foto di thehutch


[1]     Internazionale, 4/10 Dicembre 2009 n. 824. Da Der Spiegel

Posted in Senza categoria by Anna Conti / ottobre 12th, 2010 / No Comments »

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